Opening: 5 settembre ore 17:00
Ogni forma nasce da una soglia. Prima ancora di essere materia, colore o superficie, la forma è una tensione: tra ciò che emerge e ciò che si ritrae, tra il pieno e il vuoto, tra la luce e l’ombra, tra la superficie e la profondità. È dall’approfondimento di questa condizione di equilibrio instabile che nasce La Forma Inevitabile, mostra che pone in dialogo due ricerche artistiche autonome, degli artisti Sonia Scaccabarozzi e Marco Grassi, accomunate dalla necessità di interrogare la forma non come immagine, ma come esperienza spaziale.
Entrambi gli artisti non rappresentano lo spazio: lo costruiscono. Lo rendono percepibile attraverso ritmo, pausa e misura, nel rapporto tra ciò che è presente e ciò che, apparentemente assente, diventa parte integrante della forma. La tridimensionalità viene dunque intesa come principio generativo attraverso cui l’opera prende posizione nello spazio e stabilisce una relazione con chi la osserva.
Marco Grassi manifesta questa ricerca attraverso un linguaggio geometrico rigoroso, fondato sulla centralità del quadrato come matrice primaria della costruzione. Le sue opere appaiono come piccoli mondi euclidei, architetture essenziali nelle quali piani, spessori e intersezioni definiscono strutture armoniche attraversate da aperture, pause volumetriche e vuoti.
Lo sguardo riconosce dapprima la geometria dell’insieme e progressivamente si confronta con ciò che interrompe quella continuità: un’apertura, un interstizio, uno spazio interno, una porzione di materia che arretra. È proprio in questi intervalli che la forma emerge e acquista profondità.
Il vuoto, nel lavoro di Grassi, non è ciò che rimane quando la materia viene sottratta, ma materia dello spazio. Viene costruito, delimitato e reso visibile, contribuendo a definire la forma stessa.
Le opere presentate in mostra accentuano questa ricerca e la scelta monocromatica concentra l’attenzione sulle qualità fisiche della superficie: la luce che scivola sui piani, le ombre delle flessioni, le variazioni di profondità.
Anche nel lavoro di Sonia Scaccabarozzi la forma nasce dalla relazione tra pieni e intervalli, ma attraverso un processo di moltiplicazione, ripetizione e trasformazione. La sua ricerca parte dalla superficie e la conduce verso la profondità attraverso la carta, materiale fragile e bidimensionale, che viene tagliata, sovrapposta e modulata fino a perdere la propria natura di superficie e diventare struttura.
Nelle sue opere, appartenenti alla collezione Trame, il volume sembra nascere dall’infinitamente piccolo. Sono i microelementi, la loro ripetizione e le variazioni di densità a costruire la percezione dell’insieme. La carta così non è più supporto, ma corpo.
Là dove Grassi organizza piani e intervalli geometrici, Scaccabarozzi costruisce una trama minuta e vibrante, nella quale la superficie si increspa, si addensa e si rarefà, acquistando progressivamente profondità.
Il colore delle opere presentate in mostra, intenso e uniforme, assume una funzione strutturale e percettiva: amplifica il ritmo, intercetta la luce e modifica la presenza del volume a seconda della distanza e della posizione dell’osservatore.
È proprio nella luce che le due ricerche trovano un ulteriore punto di contatto. Nelle opere di Grassi rivela il vuoto e definisce la profondità; in quelle di Scaccabarozzi percorre e frammenta la superficie. In entrambi i casi, la luce diventa parte del processo attraverso cui la forma si manifesta e si trasforma allo sguardo.
La monocromia, pur declinandosi in direzioni opposte, contribuisce a questa comune ricerca. Il nero di Grassi e il colore saturo di Scaccabarozzi non raccontano né rappresentano, ma bensì concentrano, nella convinzione che l’opera possa porre lo spettatore davanti alla realtà concreta della materia e dello spazio, senza necessariamente condurlo verso un’immagine o un racconto esterno.
Grassi costruisce il vuoto attraverso piani che si intersecano e si arretrano; Scaccabarozzi costruisce il volume attraverso una proliferazione di elementi che trasformano la superficie. In entrambi i casi, la forma non si esaurisce in ciò che vediamo frontalmente. Chiede movimento. Chiede tempo. È un evento percettivo.
La tridimensionalità diventa così, per le ricerche degli artisti, una condizione inevitabile più che una scelta formale: l’opera non può essere contenuta in un unico punto di vista, richiede una relazione con lo spazio e con il corpo di chi guarda.
Il vuoto di Grassi e la trama di Scaccabarozzi sono due modalità differenti di rendere visibile lo spazio, dichiarando che la forma non è un oggetto concluso, bensì qualcosa che accade.
Accade nello spazio, nella luce e nella percezione.
E continua a trasformarsi ogni volta che qualcuno le passa accanto.